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Di fianco alla sala riservata a Cortona prima dell’Accademia è l’accesso alla Sala del lampadario, piccolo ambiente nel quale trova collocazione uno dei pezzi più noti e significativi della raccolta accademica, un vero e proprio “simbolo” dell’azione culturale svolta nel tempo dalla istituzione cortonese. Il monumento, uno degli esempi più ragguardevoli della bronzistica etrusca, fu rinvenuto nel 1840 nei dintorni di Cortona in località Fratta, ed acquistato dall’Accademia Etrusca alcuni anni dopo, al termine di una lunga e complessa trattativa.

Nella decorazione è presente un’iconografia molto complessa: la fascia esterna corrispondente al lato inferiore dei beccucci è ornata con figure alternate di sileni e di arpie o sirene; i primi suonano la siringa o il doppio flauto, mentre le seconde hanno le braccia piegate sul petto; vi è quindi una fascia con onde stilizzate, sulle quali guizzano delfini, posti regolarmente sotto i piedi dei sileni; nella fascia più interna vi è una serie di cacce di animali, con quattro gruppi di due fiere che assaltano un animale più debole; al centro infine, circondato da una corona di serpentelli, è il gorgoneion con la bocca spalancata e la lingua pendente. Alternate ai beccucci, in cui ardeva la fiamma, sono sedici protomi di Acheloo.

La parte esterna dei beccucci, così come il fusto centrale, presenta motivi fitomorfi ricorrenti. Il lampadario era destinato ad un edificio sacro, che evidentemente doveva rivestire una notevole importanza: allo stato attuale non si può precisare dove il santuario sorgesse, ma è verosimile pensare ad una località di grande frequentazione o lungo una importante via di comunicazione, probabilmente posta nella Valdichiana, ai piedi di Cortona; le circostanze del rinvenimento non permettono di essere più precisi, anche se non sembra da rifiutare un collegamento con qualcuno degli edifici sacri recentemente individuati nei pressi di Camucia. Lo stile e la complessità delle decorazioni e i confronti che è possibile istituire con esse fanno supporre che l’oggetto sia uscito da un’officina dell’Etruria interna centro-settentrionale, particolarmente attrezzata nella realizzazione di opere di alto livello, intorno alla seconda metà del IV sec. a.C., un periodo nel quale la zona godeva di un particolare benessere dovuto allo sviluppo delle attività agricole e al commercio con i centri al di là della catena appenninica e con quelli posti lungo la fondamentale direttrice che si svolgeva lungo il Clanis e da qui verso il Paglia e il Tevere, verso Clusium, Orvieto e Roma.

Diversa è la datazione che si può proporre per la targhetta con iscrizione collocata a fianco, rinvenuta assieme al lampadario e attaccata ad esso con chiodi che ancora sono visibili su due beccucci; per il tipo di grafia non si può andare oltre il II sec. a.C.; si deve quindi pensare ad una nuova dedicazione dell’oggetto; il testo infatti spiega il carattere votivo dell’offerta (tinscvil) fatta dalla famiglia muśni.